
25) Il Demiurgo fra le Idee e il mondo.
Nel pensiero di Platone l'uomo costituisce un ponte fra il mondo
sensibile e il Mondo delle Idee: l'anima dell'uomo, precipitata
sulla Terra dal Mondo iperuranio, riacquista le ali grazie a ros,
e pu tornare a contemplare la perfezione delle Idee.
L'imperfezione del mondo sensibile giustifica la difficile e
drammatica riconquista del Cielo da parte degli uomini; la
perfezione delle Idee e del loro mondo non giustifica l'esistenza
del mondo sensibile. Nel Timeo Platone spiega il mito verosimile
del Demiurgo, la cui azione ordinatrice collega il Mondo delle
Idee al mondo fisico, trasformandolo da materia informe in ksmos,
anzi, in un essere vivente.
Timeo, 27 c-31 b (vedi manuale pagina 104).
1   [27 c] Timeo - Ma tutti, o Socrate, anche se poco assennati,
nel tentare qualsiasi impresa, o piccola o grande, sempre invocano
qualche dio. E noi che siamo per parlare dell'universo, com' nato
o se anche  senza nascimento, se proprio non deliriamo, 
necessario che, invocando gli di e le dee, li preghiamo che ci
facciano dire ogni cosa soprattutto secondo il loro pensiero e
anche coerentemente [d] a noi stessi. E cos siano invocati gli
di: ma bisogna invocare anche l'opera nostra, affinch molto
facilmente voi apprendiate e io pienamente vi dichiari quel che
penso degli argomenti proposti. Prima di tutto, secondo la mia
opinione, si devono distinguere queste cose. Che  quello che
sempre  e non ha nascimento, e che  quello che nasce sempre e
mai non ? L'uno  apprensibile [28 a] dall'intelligenza mediante
il ragionamento, perch  sempre nello stesso modo; l'altro invece
 opinabile dall'opinione mediante la sensazione irrazionale,
perch nasce e muore, e non esiste mai veramente. Tutto quello poi
che nasce, di necessit nasce da qualche cagione, perch 
impossibile che alcuna cosa abbia nascimento senza cagione. Ora,
quando l'artefice, guardando sempre a quello che  nello stesso
modo e giovandosi di cos fatto modello, esprime la forma e la
virt di qualche opera, questa di necessit [b] riesce tutta
bella: non bella invece, se guarda a quel ch' nato, giovandosi
d'un modello generato. Dunque, intorno a tutto il cielo o mondo o,
se voglia chiamarsi con altro nome, si chiami pure cos, conviene
prima considerare quel che abbiamo posto che si deve considerare
in principio intorno ad ogni cosa, se cio  stato sempre,
senz'avere principio di nascimento, o se  nato, cominciando da un
principio. Esso  nato: perch si pu vedere e toccare ed [c] ha
un corpo, e tali cose sono tutte sensibili, e le cose sensibili,
che son apprese dall'opinione mediante la sensazione, abbiamo
veduto che sono in processo di generazione e generate. Noi poi
diciamo che quello ch' nato deve necessariamente esser nato da
qualche cagione. Ma  difficile trovare il fattore e padre di
quest'universo, e, trovatolo,  impossibile indicarlo a tutti.
Pertanto questo si deve [29 a] invece considerare intorno ad esso,
secondo qual modello l'artefice lo costru: se secondo quello che
 sempre nello stesso modo e il medesimo, o secondo quello ch'
nato. Se  bello questo mondo, e l'artefice buono,  chiaro che
guard al modello eterno: se no - ci che neppure  lecito dire -,
a quello nato. Ma  chiaro a tutti che guard a quello eterno:
perch il mondo  il pi bello dei nati, e dio il pi buono degli
autori. Il mondo cos nato  stato fatto secondo modello, che si
pu apprendere con la ragione e con l'intelletto, e che  sempre
nello stesso modo. E se questo sta cos,  assoluta necessit che
questo mondo [b] sia immagine di qualche cosa. Ora in ogni
questione  di grandissima importanza il principiare dal principio
naturale: cos dunque conviene distinguere fra l'immagine e il suo
modello, come se i discorsi abbiano qualche parentela con le cose,
delle quali sono interpreti. Pertanto quelli intorno a cosa
stabile e certa e che risplende all'intelletto, devono essere
stabili e fermi e, per quanto si pu, inconfutabili e immobili, e
niente di tutto questo deve mancare. Quelli poi intorno a cosa,
che raffigura quel modello ed  [c] a sua immagine, devono essere
verosimili e in proporzione di quegli altri, perch ci che 
l'essenza della generazione,  la verit alla fede. Se dunque, o
Socrate, dopo che molti han detto molte cose intorno agli di e
all'origine dell'universo, non possiamo offrirti ragionamenti in
ogni modo seco stessi pienamente concordi ed esatti, non ti
meravigliare; ma, purch non ti offriamo discorsi meno verosimili
di quelli di qualunque altro, dobbiamo essere contenti,
ricordandoci che io che parlo e voi, giudici miei, abbiamo [d]
natura umana: sicch intorno a queste cose conviene accettare una
favola verosimile, n cercare pi in l. Socrate - Molto bene, o
Timeo, e bisogna accettarla senz'altro, come tu dici. Gi abbiamo
accolto il tuo preludio con molto diletto, e ora seguitando fa che
noi ascoltiamo il tuo canto.
2   Timeo - Diciamo dunque per qual cagione l'artefice [e] fece la
generazione e quest'universo. Egli era buono, e in uno buono
nessuna invidia nasce mai per nessuna cosa. Immune dunque da
questa, volle che tutte le cose divenissero simili a lui quanto
potevano. Se alcuno accetta questa dagli uomini prudenti come la
principale cagione della [30 a] generazione e dell'universo,
l'accetta molto rettamente. Perch dio volendo che tutte le cose
fossero buone e, per quant'era possibile, nessuna cattiva, prese
dunque quanto c'era di visibile che non stava quieto, ma si
agitava sregolatamente e disordinatamente, e lo ridusse dal
disordine all'ordine, giudicando questo del tutto migliore di
quello. Ora n fu mai, n  lecito all'ottimo di far altro se non
la [b] cosa pi bella. Ragionando dunque trov che delle cose
naturalmente visibili, se si considerano nella loro interezza,
nessuna, priva d'intelligenza, sarebbe stata mai pi bella di
un'altra, che abbia intelligenza, e ch'era impossibile che alcuna
cosa avesse intelligenza senz'anima. Per questo ragionamento
componendo l'intelligenza nell'anima e l'anima nel corpo, fabbric
l'universo, affinch l'opera da lui compiuta fosse la pi bella
secondo natura e la pi buona che si potesse. Cos dunque secondo
ragione verosimile si deve dire che questo mondo  veramente un
animale animato e intelligente generato dalla provvidenza di dio.
[c] Posto ci, occorre che passiamo in sguito a dire a
somiglianza di qual animale l'abbia fatto l'artefice. Certo non
reputeremo che l'abbia fatto a somiglianza d'alcuno di quelli che
hanno forma di parte, perch niente assomigliato a cosa imperfetta
pu mai esser bello: ma lo porremo somigliantissimo a quello, del
quale sono parti gli altri animali considerati singolarmente e nei
loro generi. Perch quello ha dentro di s compresi tutti gli
animali intelligibili, [d] come questo mondo contiene noi e tutti
gli altri animali visibili. E dio volendolo rassomigliare al pi
bello e al pi compiutamente perfetto degli animali intelligibili,
compose un solo animale visibile, che dentro di s raccoglie tutti
gli animali che gli sono naturalmente affini. Ma abbiamo [31 a]
detto noi rettamente che uno  il cielo oppure era pi retto dire
che sono molti e infiniti? Uno  il cielo, se  stato fatto
secondo il modello. Perch non pu essere secondo con un altro
quello che comprende tutti gli animali intelligibili: se no, a sua
volta vi dovrebbe essere un altro animale, che contenesse quei
due, che sarebbero sue parti, e allora non gi a quei due, ma a
quello che li contiene si direbbe pi rettamente che questo mondo
somigliasse. [b] Affinch dunque questo mondo, per esser solo,
fosse simile all'animale perfetto, per questo il fattore non fece
n due n infiniti mondi, ma v' questo solo unigenito e generato
cielo, e ancora vi sar. [...].

 (Platone, Opere, volume secondo, Laterza, Bari, 1967, pagine 476-
481).

